“Senza fumo” non significa automaticamente “senza rischio”. Il punto emerso dal provvedimento dell’Antitrust è proprio questo: certi claim possono far pensare a prodotti innocui o meno nocivi, ma secondo l’Autorità questa conclusione non è dimostrata dalle evidenze disponibili, anche per la presenza di nicotina. Per chi compra o legge pubblicità su tabacco riscaldato, e-cig o prodotti con nicotina, la parola da cercare non è solo “fumo”, ma “rischio”.
Il tema è tornato d’attualità il 10 giugno 2026, quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha annunciato una sanzione da 7 milioni di euro a Philip Morris Italia per pratica commerciale scorretta. La decisione riguarda l’uso di espressioni come “senza fumo”, “prodotti senza fumo” e formule simili in campagne legate ai prodotti del tabacco senza combustione. L’articolo non sostituisce il parere di un medico: serve a capire meglio cosa guardare quando una promessa commerciale sembra rassicurante.

Indice articolo
Perché se ne parla ora
Nel comunicato pubblicato oggi, l’AGCM scrive che i claim contestati possono indurre i consumatori, compresi i minori, a ritenere erroneamente che alcuni prodotti siano privi di effetti nocivi o meno nocivi rispetto ad altri prodotti del tabacco. Nel provvedimento, l’Autorità collega la valutazione al Codice del consumo e alla possibile influenza sulla libertà di scelta del consumatore.
Il passaggio centrale è semplice: l’assenza di combustione non basta, da sola, a trasformare un prodotto con nicotina in una scelta sicura. Il CDC statunitense ricorda che i prodotti a tabacco riscaldato permettono di inalare nicotina e che gli effetti a lungo termine sono ancora oggetto di studio. L’OMS, in una nota sui prodotti a tabacco riscaldato, ha inoltre richiamato il rischio che alcune formule di marketing siano interpretate come promesse di minore danno.
Cosa sapere quando leggi un claim
La prima distinzione riguarda le parole usate. “Senza fumo” può riferirsi all’assenza di combustione o di fumo visibile, ma non dice automaticamente tutto su nicotina, aerosol, emissioni o possibili effetti sulla salute. Una comunicazione corretta dovrebbe aiutare a capire il prodotto, non spostare l’attenzione su un solo dettaglio rassicurante.
La seconda cosa da ricordare è che “meno esposizione” e “meno rischio” non sono la stessa promessa. Anche quando alcune sostanze risultano inferiori rispetto alla sigaretta tradizionale, questo non autorizza automaticamente a parlare di prodotto sicuro. Per l’AGCM, nel caso esaminato, la minore nocività o la non nocività non risultavano dimostrate alla luce delle conoscenze scientifiche e cliniche richiamate.
Cosa controllare davvero
- La presenza di nicotina: è una sostanza che può creare dipendenza. Se il claim parla solo di fumo, cerca anche le avvertenze su nicotina e dipendenza.
- La differenza tra prodotto e abitudine: cambiare dispositivo non equivale automaticamente a smettere di fumare o di usare nicotina.
- Le parole assolute: formule come “senza rischio”, “innocuo” o “alternativa sicura” meritano cautela se non sono sostenute da fonti sanitarie solide.
- Il pubblico a cui parla il messaggio: colori, stile, influencer, eventi e linguaggio possono rendere un prodotto più attraente anche a chi non fumava.
- La fonte dell’informazione: per salute e dipendenza, preferisci Ministero della Salute, ISS, OMS, autorità sanitarie e medici.

Cosa evitare
Evita di leggere “senza fumo” come sinonimo di “fa bene” o “non fa male”. È una scorciatoia mentale comprensibile, ma rischiosa. Evita anche il confronto automatico con la sigaretta tradizionale se non sono chiariti metodo, quantità, durata d’uso e fonti dello studio citato.
Un altro errore è considerare questi prodotti come strumenti certi per smettere. Il CDC afferma che i prodotti a tabacco riscaldato non sono stati dimostrati come metodo per aiutare i fumatori a smettere. Per chi vuole interrompere l’uso di tabacco o nicotina, il canale corretto resta quello sanitario: medico, centro antifumo, servizi territoriali e percorsi riconosciuti.
Il punto che divide
Il dibattito nasce perché molti messaggi commerciali puntano sulla differenza tecnica rispetto alla combustione. È un’informazione che può essere vera in senso descrittivo, ma non esaurisce il tema. Dal lato del consumatore, la domanda utile non è “produce fumo visibile?”, ma “quali rischi rimangono e quanto sono chiari nel messaggio?”.
Per questo la vicenda non riguarda solo un’azienda. Riguarda il modo in cui parole apparentemente neutre orientano decisioni quotidiane, soprattutto quando parlano di salute, dipendenza e prodotti per adulti. Più il claim è pulito e positivo, più serve leggere anche quello che non mette in primo piano.
Domande rapide
Un prodotto “senza fumo” è sempre meno dannoso?
No. Può avere caratteristiche diverse dalla sigaretta tradizionale, ma la minore nocività deve essere dimostrata e comunicata con precisione. Non va dedotta solo dalla parola “senza fumo”.
Il tabacco riscaldato è uguale alla sigaretta elettronica?
No. Il CDC distingue i prodotti a tabacco riscaldato, che riscaldano tabacco lavorato, dalle e-cig, che riscaldano liquidi di solito contenenti nicotina e aromi. Entrambi richiedono cautela nelle promesse commerciali.
Chi non fuma dovrebbe provarli?
Le fonti sanitarie sono prudenti: chi non usa tabacco o nicotina non dovrebbe iniziare. Il rischio principale è normalizzare una nuova abitudine, soprattutto tra giovani e non fumatori.
Fonti
- AGCM, comunicato PS12940 sulla sanzione a Philip Morris Italia, 10 giugno 2026
- AGCM, testo del provvedimento PS12940
- Ministero della Salute, tabagismo e prodotti del tabacco
- Istituto Superiore di Sanità, nuovi prodotti e policonsumo
- CDC, Heated Tobacco Products
- OMS, nota sui prodotti a tabacco riscaldato
Ultimo controllo: 10 giugno 2026, ore 19:43 Europe/Rome.