La domanda sui nuovi data center non è solo quanti miliardi portano, ma che cosa chiedono al territorio in cambio. Il via libera del Consiglio dei ministri del 24 luglio 2026 riguarda due programmi tra area metropolitana di Milano e provincia di Vercelli, per circa 8 miliardi di investimenti diretti. La partita vera tiene insieme lavoro, autorizzazioni, energia, acqua e ricadute locali.
Il tema conta adesso perché il Governo ha dichiarato i due interventi di preminente interesse strategico nazionale. In pratica, l’obiettivo è accelerare il coordinamento amministrativo con commissari straordinari e autorizzazione unica, in una fase in cui l’intelligenza artificiale e i servizi cloud stanno facendo crescere la domanda di infrastrutture digitali.
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Cosa ha deciso il Cdm
Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il primo programma, “Equinix per l’Italia”, prevede sette nuovi centri di elaborazione dati a Settimo Milanese e Cusago, con 4 miliardi di euro di investimento nel periodo 2026-2033. Il secondo, “Cavour Hyperscale Campus”, riguarda la riconversione dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino, in provincia di Vercelli, con un investimento indicato in circa 4 miliardi.
Il comunicato Mimit parla anche di occupazione prevista: circa 1.500 addetti nella fase di realizzazione e oltre 500 occupati diretti e indiretti a regime per il programma lombardo; per Trino, una media di circa 1.200 lavoratori in cantiere, picchi superiori a 2.000 unità e 300-350 posti qualificati a regime, oltre all’indotto stimato. Sono numeri dichiarati nella nota istituzionale, non risultati già acquisiti sul territorio.
Perché non basta dire “investimento tech”
I data center sono infrastrutture essenziali per cloud, streaming, servizi digitali e intelligenza artificiale, ma non sono neutri per il territorio. La Commissione europea ricorda che la loro domanda energetica cresce rapidamente e che trasparenza su consumi, impronta ambientale e acqua di raffreddamento è un punto centrale delle nuove regole europee.
Per questo il dibattito non si ferma alla promessa economica. Un impianto può portare cantieri, forniture e competenze, ma chiede anche connessioni elettriche robuste, gestione del calore, disponibilità di aree adatte e verifiche sull’acqua. La qualità del progetto si misura proprio su questi punti.

Cosa controllare sul territorio
La prima voce è l’energia. Nel programma lombardo il Mimit indica la copertura dell’intero fabbisogno energetico da fonti rinnovabili tramite un accordo già sottoscritto. È un punto importante, ma per cittadini e amministrazioni resta utile capire anche dove passa la rete, quali potenziamenti servono e come saranno gestiti eventuali picchi di domanda.
La seconda voce è l’acqua. Non tutti i data center usano gli stessi sistemi di raffreddamento e non tutti hanno lo stesso impatto idrico. La legge regionale lombarda sui centri dati punta a sostenibilità, recupero del calore e coerenza con la capacità delle reti infrastrutturali. Sono criteri da seguire nel merito, non solo da citare nei comunicati.
La terza voce è l’area scelta. Riqualificare siti già compromessi o industriali è diverso da consumare nuovo suolo. Nel caso di Trino, il progetto riguarda la riconversione di un’ex centrale elettrica; per l’area milanese, la valutazione locale dovrà guardare a viabilità, reti, impatto di cantiere e rapporto con i comuni coinvolti.
Cosa evitare nel dibattito
Il primo errore è leggere gli 8 miliardi come beneficio automatico per chi abita vicino agli impianti. Gli investimenti possono essere rilevanti, ma le ricadute dipendono da contratti, filiere locali, formazione, autorizzazioni, tempi e qualità progettuale.
Il secondo errore è liquidare i data center come semplici “capannoni digitali”. Dentro queste infrastrutture passano servizi che usiamo ogni giorno, dalle app alla sanità digitale, fino all’IA. Proprio per questo è legittimo chiedere trasparenza: quanta energia, quanta acqua, quale recupero del calore, quali compensazioni e quali lavori stabili.
Il punto che divide
La frattura è tra chi vede i data center come occasione industriale da non perdere e chi teme un consumo nascosto di risorse locali. Entrambe le letture hanno una parte fondata. L’Italia ha interesse a non restare solo cliente di infrastrutture digitali costruite altrove, ma i territori hanno diritto a regole chiare, dati pubblici e verifiche indipendenti.
La notizia del Cdm, quindi, pesa perché sposta il tema da “se arrivano” a “come arrivano”. E il “come” è la parte che incide davvero su comuni, rete elettrica, ambiente e lavoro.
Domande rapide
I nuovi data center sono già autorizzati?
Non in senso pieno. Il Mimit indica la dichiarazione di preminente interesse strategico nazionale e la nomina di commissari straordinari per coordinare e accelerare l’iter, anche ai fini dell’autorizzazione unica.
Porteranno lavoro stabile?
Le stime istituzionali distinguono tra fase di costruzione e posti a regime. Sono previsioni da seguire nel tempo, perché occupazione diretta, indiretta e indotto non coincidono.
Il tema ambientale è solo energia?
No. Energia rinnovabile, acqua, calore di scarto, consumo di suolo e capacità delle reti sono tutti elementi da valutare insieme.
Fonti
- Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Data Center: ok Cdm a strategicità per due investimenti in Lombardia e Piemonte per 8 mld
- Commissione europea, Energy performance of data centres
- Regione Lombardia, Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, centri dati
Ultimo controllo: 24/07/2026 13:47 CEST, Europe/Rome.